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Gufo

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Avete mai sentito parlare del CESTARIELLO?
Possederne uno era il sogno dei ragazzi di una volta. Il CESTARIELLO è il GUFO che malgrado la vocale cupa nel suo nome, è un rapace decisamente grazioso con quel faccino adombrato dai grandi occhi con la pupilla nerissima nella sclera giallo-arancione. Si diceva UOCCHIE ‘E CESTARIELLE, che era una felice metafora di vista prodigiosa e di una capacità eccezionale di non lasciarsi sfuggire nulla.
La faccia del GUFO circondata com’è da quella caratteristica aureola, sembra incupita da un mistero insondabile. Questo rapace è invece un animale dolcissimo reso ancora più simpatico proprio da quel broncio di burbero-benefico. Ma anche dai ciuffetti di penne ai lati del capo come delle pinne natatorie e il manto grigio-bianco “leopardato”.

Gufo di paludeIl GUFO affascinava i ragazzi e credo li affascinerebbe ancora oggi per la staticità di quel suo sguardo fermo e pungente come un dardo (gli UOCCHIE ‘E CESTARIELLE, appunto). Il GUFO infatti gli occhi non li muove affatto, ruota al suo posto la testa di un angolo incredibile. Ma è la fissità dello sguardo, ripeto, che ha un che di singolare e di fascinoso, così come la staticità del corpo. I GUFI sono capaci di restare per tempi lunghissimi appollaiati sullo stesso ramo. E’ proprio questa loro immobilità che ne ha fatto, nelle interpretazioni popolari cui risalgono i miti, un simbolo di chiaroveggenza e di saggezza. Magari proprio per quel loro apparire in costante meditazione.

Le connotazioni del GUFO sono però alquanto contraddittore. Essendo uccello notturno, è simbolo di tenebre e di malaugurio oltre a essere considerato annunciatore di lutti e di morte. Singolare è poi la vicinanze di questa diffusa opinione delle nostre parti con quella degli Aztechi, per esempio, che con il profilo del GUFO identificavano il loro dio della notte e della morte. Per via dei grandi occhi dallo sguardo penetrante era però anche considerato simbolo della luce che rimuove le tenebre. Si comprende bene perciò perché rappresentasse Atena la dea della saggezza e dell'intelligenza che permette di scoprire e togliere il velo dalle cose, presso i Greci.

E’ agevole risalire al significato del sostantivo CESTARIELLO. Il GUFO infatti appartiene alla famiglia degli STRIGIDI, un nome che contiene le consonanti aspre STR che giustificano la deformazione in CESTARIELLO.
E’ curioso notare che presso i Romani la STRIX (STRIGE in italiano) era un uccello di malaugurio, considerato succhiatore di sangue infantile e per qualche verso antesignano dei vampiri. Con le sue piume, che si riteneva avessero proprietà magiche, si facevano pozioni amorose.

Per gli autori antichi le STRIGI, con le ali macchiate di sangue, stazionavano alle soglie degli Inferi appollaiate su alberi morti. Ovidio nelle Metamorfosi, racconta che Proca, discendente di Ascanio, figlio di Enea, e progenitore di Romolo e Remo, fu assalito nella culla da uno miriade di gufi che fu possibile scacciare solo dando loro in pasto carne di maiale. Da questa leggenda scaturì il costume dei tempi remoti di mangiare carne di maiale solo con finalità di scongiuro.

La natura delle STRIGI finì nel medioevo per identificare le donne che si riteneva fossero possedute dal demonio durante i SABBA. L’origine di queste tradizioni risaliva, una volta ancora, ad età antichissime se non addirittura mitologiche, quando le baccanti (Ménadi) al seguito dei cortei dionisiaci, prede di una parossistica alterazione dei sensi dovuta all’abuso di vino, inneggiavano a Diana. Diana, è noto, era la dea della notte, della caccia e delle selve solinghe e ad essa erano cari gli uccelli mostruosi del lago Stinfalo che avevano becco, artigli di bronzo e forme di GUFO e furono uccisi da Eracle con frecce avvelenate. Successivamente fu Dioniso, dio del vino e dell’ebbrezza, l’oggetto delle manifestazioni orgiastiche e di sfrenata libidine delle Ménadi.

Nel Medioevo dunque le donne che si riteneva fossero possedute dal Demonio vinivano chiamate STRIE ovvero STREGHE le cui caratteristiche sono ormai parte di un radicato immaginario collettivo. Sotto forma di GUFI o a cavallo di scope, nelle notti tra il sabato (da cui SABBA) e la domenica, le STREGHE correvano all’appuntamento con Satana che sotto forma di caprone con esse si accoppiava bestialmente dopo il rito del cosiddetto osculum infame, ovvero il bacio infamante. Ma, secondo la fantasia popolare e nella prospettiva morbosa della chiesa, durante queste notti di tregenda le STREGHE si sarebbero abbandonate a ben altre atrocità. Per esempio quella di profanare cimiteri, cibarsi di carni di bambino e di cadaveri di fronte alle quali diventano insignificanti gli atti di libidine e di smodata licenziosità. 




a cura di Vittorio Russo