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Allodola

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L’ALLODOLA, la tenera ALLODOLA cara ai poeti e ai guerrieri. L’ALLODOLA è un passero instancabile che non smette un attimo di zompettare e di beccare. Ha uno splendido nome latino ALAUDA e con il nome di ALAUDAE (Allodole) Cesare chiamò la sua V Legione. Era formata esclusivamente da soldati Galli ausialiari che usavano un tipo di elmo dall’alta cresta che vagamente ricordava quella delle allodole. Proprio per questo la legione si chiamò così. Pare che il nome di ALAUDAE fosse stato dato alla Legione dato dai Galli stessi per i quali l’ALLODOLA era un uccello sacro, forse per via del suo curioso volo ascensionale e del suo canto che schiude le porte alla primavera. AllodolaL’ALLODOLA si solleva infatti in volo quasi a perpendicolo fino a scomparire nell’aria per poi lasciarsi cadere, ad ali chiuse, come una pietra fin quasi al suolo. Con un colpo d’ali risale poi, come un instancabile jo-jo, in un turbinio di trilli gradevolissimi. Questo moto inusitato ha sicuramente suggerito un legame simbolico tra la sacralità del cielo e la sua purezza e la terra profana.
ALAUDA sarebbe addirittura un termine di origine celtica. Il simbolo sullo stendardo della Legione romana non era però l’uccello che la identificava, come sarebbe stato opportuno, ma singolarmente un elefante. Questo perché la Legione, celeberrima per il coraggio, affrontò nella battaglia di Tapso, in Africa, l’esercito di Sesto Pompeo (il figlio di Pompeo il Grande), che in quella circostanza si era avvalso del supporto di elefanti da combattimento.

 

Ma ritorniamo all’ALLODOLA. In dialetto nostrano essa veniva chiamata CUCCIARDA. È un nome buffo, lo so, e non solo alle mie orecchie. Ho fatto ricerche approfondite, ma è stato difficile appurare l’origine più plausibile del termine. Con certezza posso affermare che qualcosa esso ha a che vedere con la testa (COCCIA in dialetto) di quest’uccello la quale, come ho detto, mostra quel caratteristico sperone che determinò il nome della legione di Cesare. Approfondendo, ho potuto ricostruire la più verosimile origine del termine che, sempre collegato al tipico ciuffetto sul capo dell’uccello, risalirebbe all’aggettivo latino CUCULLATUS ovvero PROVVISTO DI CAPPUCCIO. CUCULLATUS in latino volgare diventò CUCULLIATA da cui lo spagnolo COGUJADA (cioè l’ALLODOLA CAPELLUTA) e da esso CUCUCCIATA e finalmente CUCCIARDA…
Mamma mia che percorso!

 

Ho detto che l’ALLODOLA è un uccello caro ai poeti. Non solo a Dante che ne ricorda il canto (…Qual lodoletta che in aere si spazia prima cantando e poi tace contenta), ma anche a Shakespeare che descrive il risveglio al giorno di Giulietta e Romeo dopo l’unica notte d’amore della loro vita al canto gentile dell’ALLODOLA e prima che Romeo fugga via con le ombre… e a d’Annunzio le cui ALLODOLE, ebbre di gioia, cantano sui campi di san Rossore...
Un grande ispirato e mitico saggio dell’Induismo (questi saggi erono noti come brahmana) di nome Bharadvaja, sosteneva di essere stato nutrito dal beccuccio di un’ALLODOLA...

 

L’ALLODOLA è presente nelle tradizioni religiose di molti popoli per via di qual volo verticale che diventa simbolo di preghiera e richiamo di esoteriche significazioni. Per i Greci era simbolo di castità e di purezza, perciò era cara ad Artemide, dea dei silenzi sacri delle selve e della castità.
Qualche mistico medievale ritenne erroneamente e con solenne ingenuità che ALAUDA derivasse da A LAUDA cioè DELLA LODE, un’ideale magnificazione proprio della preghiera.

 

Mi permetto a questo punto della mia divagazione un tratto assolutamente personale. Avevo io pure un’allodolina, un uccelletto devoto e frequentatore della mia terrazza perché ghiotta delle briciole di pavesini di cui colmavo una ceneriera appositamente predisposta. In tante splendide giornate di primavera, quando il sole batteva alle mie spalle sui vetri della terrazza e i colori delle cose intorno si addolcivano di luci delicate, ecco, arrivava lui (lei), come piovesse dal cielo, in un frullio di ali e in un turbinio di ghirigori canori. Da lungo tempo, ogni mattina la mia allodolina faceva bella la freschezza del mio spazio di studio con la sua presenza. Becchettava le mollichine e i frammenti di biscotti, poi volava via saltando nell’aria come in un tuffo al contrario.

 

Non so di che sesso fosse. Per me era Orfeo, il cantore mitologico dell’Ellade serena di un tempo che non esiste più. Una volta calò sulla terrazza con un compagno, o forse una compagna. Una compagna, mi piace credere, per la tenerezza poetica con cui Orfeo si prese cura di lei. Che delizia per lo sguardo osservare la mia cucciardella che accostava grani di pavesini in un’offerta devota alla compagna! Sembrava quasi volesse sollecitarla a beccarne con tranquillità, tanto era - come lui d'altronde - a casa di amici. Che allegria nel cuore e per la pelle quei concerti di suoni sognanti! Indimenticabile dolcezza di quei trilli cullanti, di quei ciuffetti di piume sui piccoli capi gemelli dalle piumette bellicose e altere mentre zompettavano infaticabili sulle piastrelle lucenti alla ricerca di crosticine di pane sfuggite ai beccucci canori…

 

Poi è seguito il silenzio di un’assenza ormai immobile come un mare sazio di rumori d'onde. Orfeo non è più tornato.
...ma non smetto di disporre chicchi di riso e mollichine nella ceneriera, non smetto di aggiungere bambagia nel nido intatto ormai da tempo




a cura di Vittorio Russo